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Intervista con Davide Filippi, esperto in Neuropsicologia dello sviluppo

Intervista con Davide Filippi, esperto in Neuropsicologia dello sviluppo

Cari lettori,

ben ritrovati nel Blog di DEAL! Nell’articolo di oggi vi vogliamo proporre un’intervista che abbiamo realizzato con Davide Filippi, Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto in Neuropsicologia dello sviluppo che collaborerà con il gruppo DEAL nell’ambito del MasterClass DEAL 2018 nel nuovo percorso “Glottodidattica Prescolare” (cliccando qui potrete vedere un video di presentazione del suddetto percorso di Formazione di Base). La finalità principale di quest’intervista è quella di mostrare un parere che non proviene dall’area glottodidattica bensì da quella clinica per evidenziare e cercare di dare risposta a quesiti molto importanti legati all’educazione linguistica in tenera età ed in contesto prescolare.

Detto questo ringraziamo Davide Filippi per la collaborazione e riportiamo qui di seguito l’intervista. Buona lettura!

1) Perché i primi anni di vita sono cruciali per lo sviluppo del linguaggio nel bambino?

Il linguaggio, sia esso espresso in forma verbale e non, risulta di fondamentale importanza per raggiungere un buon grado di autonomia, sia personale che sociale. La maggior parte delle conoscenze che maturiamo nel corso della nostra vita passa per una forma linguistica in quanto essa ci permette di relazionarci con gli altri oppure di consolidare o ridimensionare rappresentazioni mentali che abbiamo del mondo che ci circonda. Tale prospettiva, già affermata negli anni 30 del precedente secolo da studiosi dello sviluppo umano come Piaget J. e Vygtosky L.S., è stata soggetta di continue ricerche fino ai giorni d’oggi, passando per ricercatori del calibro come Chomsky N. (anni 50), Clark E.V. e Rosh E. (anni 70) fino ad arrivare a Markman E., Tomasello M. e Karmiloff-Smith A. (anni 90-2000). Tali autori, con le loro differenti sfumature, concordano nel riconoscere come sia importante per gli operatori che lavorano con l’età evolutiva (clinici o insegnanti che siano) conoscere le tappe evolutive dello sviluppo umano della lingua al fine di poter comprendere come l’assenza di tali possa portare la persona (in questo caso il bambino) a maturare delle difficoltà, sia nella creazione di rappresentazioni mentali (sviluppo del pensiero alla piagetiana) che a livello personale, arrivando a rafforzare stati emotivi disfunzionali (problematiche internalizzanti come ritiro sociale, ansia, depressione oppure esternalizzanti come l’oppositività/provocatorietà). Queste caratteristiche pertanto esistono da sempre, ma solo negli ultimi decenni in Italia hanno acquistato una certa rilevanza in quanto la globalizzazione e un mondo sempre più “prestazionale e performante” ci hanno condotto a non tralasciare più certi aspetti dello sviluppo infantile. Per capire bene le sensazioni che i bambini con difficoltà linguistiche possono provare, possiamo immaginare una situazione come quella in cui siamo impegnanti in un viaggio all’estero, in un paese del quale non conosciamo usi, costumi e lingua. La difficoltà nell’utilizzare la lingua nativa del luogo, non ci permette di relazionarci adeguatamente con la popolazione in loco, oltre a non riuscire ad esprimere totalmente e adeguatamente le idee che abbiamo maturato nella nostra mente. Se riuscissimo invece a maneggiare con destrezza i vari livelli della nuova lingua (fonetica, fonologia, sintassi, lessico e semantica) sarebbe molto più facile arrivare alla comprensione di ciò che ci viene riferito e sostenendo una conversazione, potremmo ridisegnare qualche credenza che probabilmente era errata (es. quando dobbiamo trovare un particolare luogo e stavamo andando totalmente dalla parte opposta). Viceversa, se questi livelli di conoscenza vengono a mancare, facciamo fatica ad integrarci con le persone che ci circondano, arrivando ad isolarci oppure a adottare comportamenti poco consoni alla situazione (es. fotografare o parlare a voce alta in posti sacri mentre sarebbe vietato ecc.). Tale esempio permette di capire come sia importante e delicato il periodo prescolare, nel quale il bambino si dedica particolarmente allo sviluppo delle abilità linguistiche: queste gli permetteranno di costruire, consolidare o modificare la rappresentazione del mondo che lo circonda oltre a rafforzare la sua simbiosi con adulti e pari età (autostima e integrità emotiva). Tale operazione avviene attraverso una delle più belle e costruttive delle attività prescolari: il gioco! E anche in questo spesso servono gli amici.

2) Da una parte sappiamo che esistono tappe di sviluppo comuni a tutti i bambini, dall’altra capita spesso di vedere bambini della stessa età con competenze linguistiche molto diverse. Quali sono i segnali di ritardo linguistico che gli educatori/insegnanti possono notare? Può fare qualche esempio?

Esatto! Studiando la semeiotica dello sviluppo, lo stato dell’arte definisce che le tappe di acquisizione di determinate abilità linguistiche possono subire delle variazioni da bambino a bambino, nelle quali alcuni vanno incontro a ritardo linguistico mentre altri ad una vera e proprio disturbo. Nonostante ciò, esistono delle “finestre evolutive” entro le quali una determinata condotta o competenza dovrebbe essere comparsa e consolidata: se questo non avviene e tale condizione inizia ad essere un fattore che impatta in modo negativo nella vita di un bambino, potrebbe essere vivamente consigliato un approfondimento ed eventualmente un potenziamento. I segnali pertanto che si possono osservare possono essere di due tipi: prestazionali o adattivi. I prestazionali (o formali) a loro volta si divido in tre macro categorie le quali si identificano negli aspetti di forma, contenuto e funzione della lingua.

Per l’insegnante/educatore, conoscere questa distinzione, permette di identificare i bambini che possano presentare un ritardo o un disturbo del linguaggio (differenza sottile ma di fondamentale importanza) come orientare i propri esercizi/giochi da svolgere durante la mattinata: quali sono gli esercizi che sviluppano i suoni e il loro riconoscimento? Quali quelli adibiti allo sviluppo e aumento della “ramificazione” dei concetti semantici (categorizzazione)? E quelli per il lessico e la sintassi? Tale prospettiva permette quindi di svolgere il proprio lavoro con la cognizione di causa, senza doversi sentire a disagio di fronte ad un bambino che non riesce o che fatica, oppure inadeguata per non sa quel che fare. Il tutto, generalmente, potrebbe essere accompagnato e/o guidato da chi generalmente si occupa di maneggiare e creare nuovi fili nelle abilità linguistiche di un bambino: la logopedista.

Ad esempio, se un bambino che già dai 27/36 mesi mostra un eloquio con basso vocabolario (sotto le cinquanta parole), suoni che tendo a essere principalmente caratterizzati da vocalizzi o sillabe reiterate (mamma, papà, papa ecc.), scarsa combinazione di parole con assenza di funtori (le congiunzioni) in assenza di deissi (gesti indicativi), probabilmente tali abilità linguistiche potrebbero avere delle ripercussioni negative anche nella abilità di relazione con gli altri. A questo punto la domanda scatta quasi spontanea: cosa comprende della lingua tale bambino? Questo esempio ci accompagna proprio all’altro aspetto che gli insegnanti possono tenere in costante osservazione: le abilità adattive. Il linguaggio, come ribadito in precedenza, permette di regolarci e adattarci alla società, rispettando i tempi di conversazione e di gioco con i compagni e adulti (concetto di simbiosi). Ma se le abilità linguistiche presentano uno sviluppo difficoltoso e tardivo, le condizioni di condivisione e aggregazione con i pari età possono venir meno e il bambino potrebbe mostrare atteggiamenti di isolamento e/o di aggressività/iperattività.

3) Sempre più spesso si parla di progetti di screening precoce nel contesto prescolare. Di cosa si tratta? Gli educatori/insegnanti possono contribuire a questi progetti?

In Italia, molto spesso, agiamo quando ormai le difficoltà si sono manifestate e conclamate, quando ormai quelle famose “finestre evolutive” sono arrivate alla loro conclusione e, mentre il bambino dovrebbe ormai occuparsi di apprendere abilità superiori come la lettura e scrittura, si trova ancora a dover risolvere questioni che interessano la lingua nativa per cercare di capire e farsi capire. Tale prospettiva pertanto si concentra sulla riabilitazione, con costi notevoli sia per lo stato che per le famiglie. In altri paesi, invece, la tendenza è quella di lavorare sulla prevenzione, cioè prima che determinate difficoltà creino ulteriori difficoltà nel bambino, con costi minori per tutti, sia logistici che emotivi. Questa può essere svolta in numerosi modi, attraverso la creazione di protocolli osservativi o testistici. In entrambi i casi, lo strumento di screening è efficace ma allo stesso tempo richiede una accurata conoscenza delle tappe di sviluppo del bambino. In modo pratico, non padroneggiare bene queste conoscenze sarebbe come chiedere ad un meccanico di far funzionare meglio una automobile o di renderla più performante senza che questo conosca i componenti meccanici e idraulici della vettura. Per quanto riguarda l’individuazione precoce (o come viene più comunemente definito “screening”) può essere praticato in due modi: una dettagliata osservazione, fatta di schede dove l’insegnante si appunta lo sviluppo linguistico, motorio e del pensiero del bambino in osservazione settimana per settimana e mese per mese. Tale modalità permette  un monitoraggio dettagliato e individua in modo corretto il momento cruciale in cui segnalare un bambino per il potenziamento. Altro strumento, più di natura clinica, sono i test ai quali però bisogna sapere dare una corretta interpretazione.

4) In generale, in che modo un educatore/insegnante nel contesto prescolare può sostenere lo sviluppo linguistico dei bambini? Ci può fare un paio di esempi?

Ci sono vari modi in cui gli insegnanti/educatori possono sostenere lo sviluppo linguistico di un bambino con difficoltà. In primis l’approccio educativo risulta molto importante: comprendere che i bambini con queste caratteristiche non riescono a svolgere i compiti assegnanti per assenza di volontà, o di concezione degli elementi, ma per difficoltà di accesso linguistico alla consegna. Un esempio: se noi mettiamo degli oggetti sopra il tavolo di differente natura semantica (bambola, macchina, biberon, mela, una forchetta, un piatto, un treno ecc.) e esponiamo il bambino a queste due consegne “l’orsetto tocca la macchina” e “la macchina tocca l’orsetto” creiamo due differenti contesti, il primo possibile e reale mentre il secondo impossibile e non probabile. Beh fateci caso, dal punto di vista lessicale abbiamo usato le stesse parole ma l’ordine di tali (sintassi) cambia completamente il significato dell’azione da svolgere e quindi la rappresentazione mentale di ciò che il bambino deve fare. C’è la possibilità quindi, molto alta, che i bambini con difficoltà linguistiche sappiano bene cosa “significa” quando affermiamo che l’orsetto tocca la macchina, ma la difficoltà nell’elaborazione dell’ordine delle parole non permette di accedere all’azione da svolgere. Inoltre, come è noto nei bambini molto piccoli (24-36 mesi) quello che è possibile “fare” è dettato dal fatto che sia reale e presente nel suo repertorio di esperienza, tutto il resto non è possibile che possa avvenire: pertanto la seconda frase (la macchina tocca l’orsetto) non è possibile realizzarla perché non è plausibile o “reale” quindi non è possibile svolgerla. Pertanto, chiedere una valutazione accurata delle competenze linguistiche da parte di un specialista (come la logopedista), permette di comprendere il livello di partenza (zona prossimale) del bambino al fine di costruire delle attività ad hoc per potenziare le criticità emerse e aumentare il senso di autostima e di inclusione con i pari età del bambino. Le attività che l’insegnante/educatore può svolgere sono molteplici, e il precedente è solo uno di altri esempi che si possono proporre in sede di contesto educativo, i quali non prevedono necessariamente attività diverse da quelli già esistenti, ma di riflettere sulle competenze linguistiche che si sta richiedendo al bambino, in modo da utilizzare con cognizione di causa.

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